mercoledì 28 gennaio 2009

La percezione estetica e sentimentale delle stagioni

In un anno ci sono quattro stagioni. Ed un motivo ci sarà... A seconda della stagione in corso un paesaggio avrà una caratteristica tale che ci renderà manifesta la stessa: il paesaggio si veste a seconda della stagione, gli uomini si vestono a seconda della stagione. Proviamo a fare un esperimento. Prendiamo uno scorcio della Brianza più vera, come quello qui sopra. E proviamo ad osservarlo nelle diverse stagioni, partendo dall'inverno. Per questa prima stagione l'immagine disponibile ci aiuterà a metterci qualcosa di nostro, per le altre, almeno per il momento, bisognerà accontentarsi della descrizione che cercherò di fare.
Partiamo con l'inverno. Si poteva scegliere la neve. Ma la neve rende tutto fiabesco e non rende l'idea della Natura addormentata in attesa della primavera. Questa immagine rende la vera idea dell'inverno. Cielo velato di grigio, senza sole. Boschi marroni, senza verde. Prati non coltivati marroni quasi quanto i boschi. Prati coltivati spelacchiati con una parvenza di verde spento ed un desiderio estetico di raggiungere il marrone dei boschi. Colori sicuramente freddi, come la giornata in cui la fotografia è stata scattata.
Immaginiamoci ora la primavera. Sarà un'esplosione di verde: i boschi diventeranno smeraldini, il cielo si farà terso e blu cobalto, il prato rinverdirà e si riempirà di fiori multicolori, danzando prima del maggengo alla brezza di maggio.
Veniamo all'estate. Una foto notturna ci mostrerebbe le lucciole, una foto diurna celebrerebbe di nuovo il verde del bosco ma il prato, dopo la fienagione, tenderà al giallino, in attesa del secondo taglio. Il cielo si farà più biancastro a causa dell'afa.
Infine immaginiamoci l'autunno. Il prato si farà verde intenso quanto il bosco, che nel frattempo si tingerà di colori caldi, anticamera del marrone dell'inverno. Il cielo tornerà ad essere più azzurro oppure grigio, la bruma dalla valle cercherà di conquistare il poggio con le sue mani gelide.
E' una descrizione minimale. Torneremo a celebrare ogni stagione, nel suo Tempo, in questo stesso luogo. Ma ogni luogo ha una storia. E qui siamo in Valfredda a Montevecchia. Il nome è tutto un programma e deriva proprio da Valle Fredda. Si tratta infatti di un angolo di Brianza incontaminato e molto freddo perchè è esposto a Nord: è quindi soggetto ai venti freddi di tramontana e non può godere appieno del calore del sole. Montevecchia è nel suo piccolo un bianco ed un nero: sui versanti di mezzogiorno, clima mediterraneo e primizie baciate dal sole, in Valfredda un gelo da umida brughiera. I nostri antenati hanno avuto sicuramente più fortuna a dare i nomi alle località, perchè partivano da una tabula rasa. Ed infatti i nomi antichi sono i più sinceri, come questo, Valfredda. Qui c'era una chiesetta nella attuale cascina, ed era stata giustamente dedicata alla Madonna della Neve: un doppio richiamo al freddo...
Un ultimo ragionamento alla base di questo esperimento. Proviamo a pensare anche alle stagioni del nostro vivere e del nostro cuore: un medesimo evento può essere percepito in un modo diverso a seconda della stagione in cui si colloca. Un pò come il paesaggio. Estendiamo il nostro pensiero ad una dimensione non solo estetica e forse avremo molti esempi nella testa. E' la visione sentimentale delle stagioni. E' molto facile...
(nella mia foto di oggi: Valfredda, Montevecchia, Brianza, in abito invernale)

domenica 25 gennaio 2009

Gutta cavat lapidem

"La goccia scava la pietra". Gli antichi già avevano capito come sia la perseveranza e la pazienza la vera forza di un uomo. Troppe volte abbiamo invece la tendenza a voler vivere tutto e subito, senza avere la giusta tenacia per raggiungere un obiettivo che, se non riusciamo ad ottenerlo subito, ci sembra tanto difficile ed irraggiungibile da rinunciare. Invece il segreto è quello di avere sempre la giusta pazienza, come la goccia d'acqua che pian pianino cade sul sasso lisciandolo e scavandolo. Se per un certo periodo di tempo la goccia non cade l'erosione del sasso ovviamente non prosegue, ma non succede neanche che il sasso si riformi. Quindi, come ricompare, la goccia riprende il lavoro dove l'aveva lasciato. Negli obiettivi che ci poniamo dobbiamo essere sempre più simili alla goccia: avere la necessaria tenacia, non avere fretta, sapersi anche fermare per poi riprendere e soprattutto non demordere anche quando la salita sembra sempre più dura. Bisogna prima di tutto credere in ciò che si fa: e poi i risultati, prima o poi, arriveranno. L'obiettivo che non si riesce a raggiungere può essere in qualche modo "pre-assaporato" con la teoria leopardiana "dell'aspettazione del piacere", che può darci quella forza che magari ci manca. (nella foto qui sopra, dal sito http://www.balconisullealpi.it/: il torrente Troggia in Valsassina)

mercoledì 21 gennaio 2009

Sapere affrontare una cima

Stasera mi piace impostare i miei liberi pensieri con una metafora forse anche abusata: quella di scalare una cima. E per fare ciò mi sono messo al cospetto di una foto della mitica Grignetta. Cima arcigna e difficile.
Non possiamo affrontare una ascesa come se niente fosse. Dobbiamo prima di tutto avere una percezione di quello che è il nostro stato di forma, mettendoci in gioco oggettivamente. Una volta avuta questa percezione occorre scegliere una vetta adatta alle nostre capacità, non solo fisiche ma anche tecniche. Pensare che forse anzichè fare una via diretta è più conveniente affrontarne, ove possibile, una indiretta. Avviarci con il passo giusto, senza forzare la cadenza perchè in caso contrario in cima non ci arriveremo mai. Se ci accorgiamo che siamo in eccessiva difficoltà è meglio rinunciare e tornare indietro, anche per evitare di arrivare in cima e non avere più energia per la discesa. Una volta raggiunta la vetta tendiamo alla contemplazione di ciò che ci circonda, così che spesso ci dimentichiamo di coprirci per ripararci dal freddo e dal vento, perdendo la cognizione dell'agire. E poi magari siamo anche capaci di "catapultarci" a valle facendo tutte le scorciatoie: che è la cosa più deleteria, perchè la discesa è tecnicamente più difficile della salita e più a rischio di errore o infortunio.
Ho solo delineato alcune buone regole per affrontare una vetta nel migliore dei modi, e lascio a tutti la possibilità di confrontare la salita e discesa da una montagna con un evento della Vita quotidiana che ha delle complessità per essere risolto. Lascio solo alcuni spunti. Una situazione ingarbugliata va affrontata come la salita di una montagna: con passo fermo e deciso, senza correre, prendendo il tempo che ci serve. E i nodi si scioglieranno uno dopo l'altro come neve al sole: quasi senza accorgerci... E una volta superata la difficoltà della conquista della vetta, anche la discesa va affrontata nel migliore dei modi: non diamo mai nulla per scontato. Anche perchè normalmente ci accorgiamo che non ci siamo comportati nel migliore dei modi solo quando ci succede qualcosa. E dopo è facile ragionare con i "se"...
(nella mia foto di stasera: Sua Maestà la Grignetta dai Piani Resinelli)

martedì 20 gennaio 2009

Vivere senza nè luogo nè tempo

A volte si vorrebbe cercare la perfezione del poter vivere senza nè luogo nè tempo. In uno stato di perfezione che non porta con sè il peso del quotidiano e che pensa solo all'ottimo. Quante volte nella nostra Vita ci è venuta la voglia di staccare completamente da ciò che facciamo quotidianamente, per vivere intensamente una emozione fuggente da catturare e perpetrare nel tempo?
Il quotidiano ci costringe sempre più a ritmi esasperanti e non abbiamo mai il tempo di fermarci. Non solo a meditare, ma anche a vivere il bello che magari ci viene offerto dalla Vita, nella pienezza che si merita. Tante volte non sappiamo cogliere l'attimo fuggente e dargli il giusto peso. Il quotidiano ci distrae da ciò che è più importante, che è l'Essenza della Vita. Saper percepire l'Essenza dovrebbe educarci ad un animo più gentile, da riverberare anche nel quotidiano in vari gesti magari inconsueti: una parola giusta, una pacca sulla spalla, un sorriso, uno sguardo stupito, un silenzio opportuno. Non sappiamo più ascoltare: prima di tutto noi stessi, ma anche tutti quelli che ci parlano. Forse cercare questa dimensione ci può aiutare a vivere meglio il quotidiano: per noi stessi e per coloro che ci circondano. Io ci voglio provare...
(nella mia foto di oggi: il cielo al tramonto, da un aereo in volo, senza nè luogo nè tempo)

domenica 18 gennaio 2009

Voglia di primavera. Nel cuore dell'inverno.

Ho voglia di primavera. Nel cuore dell'inverno. Ho voglia di vedere la Natura riprendersi i suoi colori, ho voglia che la bruma lasci la mia valle, ho voglia che i boschi si vestano di smeraldo, ho voglia che la temperatura si addolcisca, ho voglia che la luce riconquisti spazio alla notte, ho voglia di sentire il profumo dei fiori multicolori, ho voglia di vedere i prati pettinati dalla brezza e pieni di fiori, ho voglia di vedere spuntare il grano dalla neve, ho voglia di assistere al dolce spettacolo dei ciliegi in fiore, ho voglia di vedere tornare la Vita ad animare i tralci del mio vigneto, ho voglia di giornate tiepide e di tramonti freschi, ho voglia di rivedere volteggiare le rondini nel cielo. Come cantava Luca Carboni: "E' primavera e mi prende un bisogno di leggerezza e di pesanti passioni e un sentimento indefinibile al tramonto...". Alla primavera manca ancora un pò di tempo. E non solo alla primavera della Natura, ma anche per la primavera del mio Animo. Il mio Essere si sta addolcendo e la linfa vitale torna a scorrere nelle mie vene. Ma la primavera non è poi così lontana...
(nella mia foto di oggi: prato fiorito a Belvedere di Cereda, Perego)